Linguaggio e comunicazione indispensabili per la psicoterapia
Prima di dedicarmi allo studio della psicologia e successivamente della psicoterapia, e quindi assumere il ruolo di psicologo e psicoterapeuta, la mia formazione universitaria si è strutturata su un percorso umanistico, ed in particolar modo di orientamento linguistico; un tema che ancora oggi mi affascina e che non nasconde la sua complessità e la sua ricchezza di contenuti, in ragion del fatto che anche durante una seduta di psicoterapia, il linguaggio è il veicolo che trasmette le emozioni ed i pensieri sia mie, che dei miei pazienti.
Cos’è il linguaggio?
Il linguaggio è il nostro mezzo principale di comunicazione del pensiero, e oserei dire anche delle emozioni.
Ha una caratteristica particolare, ovvero è universale. Ciò significa che ogni società umana ha un linguaggio e ciascun essere umano normale apprende la sua lingua nativa e la utilizza senza alcun sforzo. La naturalezza del linguaggio ci porta talvolta a pensare che il suo utilizzo non richieda nessuna spiegazione speciale.
Le cose stanno diversamente. Alcune persone sono in grado di leggere altre no. Alcune riescono a compiere operazioni matematiche, altre no. Tuttavia, però, tutti possono padroneggiare e utilizzare un sistema linguistico molto complesso.
Questa la premessa per introdurre alcuni concetti alla base delle scienze linguistiche, che identificano nel linguaggio non sistema con molteplici livelli che serve a collegare il pensiero al discorso attraverso le parole e la sintassi. Le righe che seguiranno riporteranno concetti quali la produzione del linguaggio, la comprensione del linguaggio, i fonemi, i morfemi, la sintassi, il significato e le basi neurali del linguaggio.
La produzione del linguaggio
La produzione del linguaggio inizia con un pensiero, che in qualche modo si traduce in una frase e si conclude con dei suoni che la esprimono; la comprensione del linguaggio invece ha seguito dall’ascolto dei suoni, ai quali si attribuiscono dei significati sotto forma di parole. E grazie all’insieme di parole si possono costruire delle frasi.
I fonemi sono le unità sonore minime distintive, ovvero il più breve segmento della lingua parlata dotato di significato; Un esempio pratico può rendere le idee più chiare: il suono corrispondente alla prima lettera di “tana”, è relativo al fonema simbolizzato come /t/. È possibile cambiare il significato della parola cambiando uno dei fonemi, ad esempio tana diventa “rana” quando il primo fonema /t/ viene modificato in /r/.
Il morfema indica ogni piccola unità linguistica portatrice di significato. La maggior parte dei morfemi è una parola. La maggior parte delle parole denota contenuti specifici, come “tavolo”, “bicchiere”, ecc. Alcune parole, però, servono soprattutto per rendere le frasi grammaticalmente corrette. Questi morfemi grammaticali includono gli articoli e le preposizioni come, il, lo, la, di, con, fra ecc. Anche alcuni prefissi e suffissi hanno principalmente una funzione grammaticale. Questi morfemi grammaticali includono i suffissi –ndo per il gerundio e –to per il participio passato.
Tutto questo ci porta a considerare l’aspetto più importante di una parola, ovvero il suo significato. Una parola può essere vista come l’espressione verbale di un concetto; quindi, il suo significato è il concetto che esprime, in un determinato contesto sintattico.
Prima di illustrare le basi neurali, la sintassi è quella dimensione del linguaggio e si occupa della relazione tra le parole nei sintagmi e nelle frasi. La sintassi serve principalmente a dare una struttura alle parti di una frase, in modo tale che si possa dire come sono collegate. Esempio nella frase “Luca ha scritto un libro”, la sintassi ci fa capire che Luca ha compiuto l’azione di scrivere un libro.
Quali aree del cervello sono incaricate alla produzione del linguaggio?
Sono due le regioni dell’emisfero cerebrale sinistro particolarmente importanti per il linguaggio: l’area di Broca, che si trova nella parte posteriore del lobo frontale, e l’area di Wernicke, situata nella regione temporale
Lesioni in ciascuna di queste aree, o nelle aree intermedie, provocano specifici disturbi del linguaggio; nell’afasia di Broca l’eloquio non è fluente, ovvero il paziente si inceppa, esita, anche nelle frasi più semplici. Frasi ed esitazioni sono numerose. Si differenzia dall’eloquio fluente del paziente con afasia di Wernicke, perché, se da un lato la sintassi e l’eloquio sono preservati, si verifica una perdita notevole di contenuto. In altre parole, con l’afasia di Wernicke, si osservano evidenti problemi a trovare il nome giusto e a volte la creazione di neologismi ( ad esempio “trupaio” o “cluburo” ). Queste osservazioni fanno ipotizzare che l’afasia di Broca comporta un’alterazione a livello sintattico, mentre quella di Wernicke un’alterazione a livello delle parole e dei concetti. Le caratteristiche di questi due tipi di afasia sono sostenute dalle scoperte empiriche.
D. è un uomo di 45 anni, sposato e padre di un figlio. Da tempo accusa un problema nella formulazione di frasi semplici, come ad esempio “ciao, come stai?”. Per riuscire ad esprimere questo sintagma di uso comune, spesso fatica, lo fa esitare, a tal punto che manifesta rabbia ed ansia verso se stesso. La risonanza magnetica ha evidenziato una lesione dell’area di Broca e la conseguente necessità di cure di tipo logopedistico.
Bibliografia:
Atkinson & Hilgards’s, Introduzione alla psicologia, Piccin Nuova Libraria, Padova, 2011.
Graffi G-Scalise S. Le lingue e il linguaggio, Il Mulino, Bologna, 2024
