Ulteriore articolo del nostro Diego Vian sulle neurodivergenze e sull’ADHD in età adulta
L’ADHD in età adulta
Come visto negli articoli precedenti, l’ADHD è una condizione clinica che si caratterizza con una difficoltà ad utilizzare in modo adeguato le risorse attentive e con la tendenza all’iperattività e ai comportamenti impulsivi.
Essa viene inclusa, dal punto di vista diagnostico, all’interno della macrocategoria dei disturbi del neurosviluppo, che si riferisce a condizioni di esordio precoce in grado di compromettere il funzionamento personale sociale scolastico e lavorativo.
È importante altresì ricordare che se non adeguatamente orientato, contenuto e rimodulato, l’ADHD può dar vita a traiettorie evolutive complesse, ad aggravio progressivo.
La sintomatologia in grado di stabilire l’inquadramento diagnostico è definita da disturbi attentivi, iperattività e/o impulsività, nonché discronia, ovvero una condizione che si riscontra frequentemente nelle persone con ADHD, ed è rappresentata dalla difficoltà di concettualizzare il tempo;
Il deficit delle capacità di monitoraggio e regolazione, espone la persona con HDA a non considerare per tempo la direzione che stanno prendendo gli eventi e dunque a non mettere in atto al momento opportuno eventuali correttivi alla disregolazione emotiva, ossia l’alterata capacità di modificare uno stato emotivo in modo adattivo e finalizzato al contesto.
La sintomatologia dell’ ADHD in età adulta
In età adulta, l’ADHD si presenta frequentemente associato a disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, dipendenze comportamentali o da sostanze, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo da stress post traumatico, e disturbi della personalità.
È di fondamentale importanza mettere in luce come in età adulta tale patologia possa emergere in alcuni scenari tipici:
- persona con ADHD già noto (diagnosticato in infanzia): in questa situazione è necessario valutare la necessità di rimodulare l’intervento in relazione a nuove difficoltà emerse.
- persona senza ADHD riconosciuta che riscontra alcuni sintomi suggestivi del disturbo e chiede una valutazione in merito.
- persona con ADHD già riconosciuto che chiede aiuto per una sintomatologia non primariamente riconducibile all’ADHD (ad esempio, per deficit dell’autostima, sintomi ansioso depressivi, dipendenze, tratti personologici disfunzionali).
Il caso
R. è una donna di circa sessant’anni, e nel corso della sua vita, ha tentato spesso dei percorsi psicoterapeutici, sino ad approdare ad una terapia farmacologica che le permetta di gestire la sintomatologia ma non le permette di gestire adeguatamente la routine giornaliera e di vivere serenamente i rapporti familiari.
Racconta di un persistente senso di fatica, calo di interesse per attività che prima le piacevano, difficoltà di concentrarsi anche nella lettura di un libro o nel guardare un film.
La ricerca anamnestica ha fatto emergere che R. sin da bambina aveva problemi di attenzione a scuola ed era estremamente disordinata.
Dopo la separazione dal compagno, R. ha sviluppato un forte episodio depressivo con abbassamento del tono dell’umore e pensieri di autosvalutazione (sono una fallita come donna e come madre).
In questo scenario la depressione è in parte reattiva alle conseguenze dell’ADHD non gestito e mette in evidenza come persone come R, che da bambini stati esposti a trascuratezza, abuso o disfunzioni familiari, presentino un più elevato rischio sia di sviluppare disturbi del neurosviluppo, compreso l’ADHD, sia di manifestare, in età adulta, le conseguenze psicopatologiche del trauma complesso.
Quali sono le cause dell’ADHD?
La risposta a questa domanda è molto complessa poiché intervengono più fattori nella genesi dell’ADHD, tra questi fattori genetici, neurobiologici e ambientali.
Gli studi, condotti sulla genetica, hanno stabilito come non sia un unico gene a causare la patologia; l’ADHD è considerato piuttosto un tratto complesso influenzato da molteplici geni coinvolti nella neurotrasmissione della noradrenalina e della dopamina.
Anche fattori ambientali sembrano concorrere allo sviluppo dell’ADHD, per quanto la precisa natura di questi elementi e la loro interazione con i fattori genetici non siano completamente comprese.
L’esposizione prenatale a nicotina, alcool o altre sostanze neurotossiche( solventi pesticidi, metalli pesanti eccetera), il parto prematuro, il basso peso alla nascita e alle prime esperienze avverse, come la deprivazione affettiva precoce, la discordia familiare, l’affido e la bassa classe sociale, sono state associate a un aumento del rischio di ADHD, poiché questi fattori ambientali possono interagire con la predisposizione genetica dell’individuo e aumentare la probabilità di sviluppare, aggravare o far persistere tale disturbo.
Cosa fare allora con R.?
L’obiettivo terapeutico, che inizia già nel corso della valutazione diagnostica, è quello di costruire, insieme al paziente, un percorso che lo porti ad individuare le aree di maggiore difficoltà, quelle che hanno il peso più rilevante sul suo benessere e sul suo modo di relazionarsi con il mondo.
In seguito lavorare sugli atteggiamenti, le credenze e i comportamenti che tendono a mantenerle e, successivamente, sviluppare un progetto di cambiamento graduale e progressivo.
Il trattamento nell’adulto non si limita quindi a ridurre e contenere i sintomi più invalidanti, ma mira a favorire un processo personale di acquisizione di competenze, responsabilità e cambiamento individuale rispetto ad atteggiamenti, valori, sentimenti, obiettivi e abilità, nonostante i limiti causati dalla patologia.
Affinché questo sia realizzabile, il primo passo da compiere è quello di favorire una consapevolezza più profonda delle proprie modalità di funzionamento, così da valorizzare i punti di forza e attenuare le criticità, con l’obiettivo di promuovere un adattamento più efficace all’ambiente e migliorare la qualità della vita.
Si tratta in prima battuta di favorire l’autoriflessione e successivamente di sviluppare competenze e modalità più adeguate di gestire le emozioni, di organizzare il tempo e di acquisire maggiori skills e problem solving.
Il percorso terapeutico, infine, non esclude la terapia farmacologica in grado di agire sui sistemi dopaminergico e noradrenergico, la psicoeducazione, la mindfulness, e per quanto possa sembrare scontata, una relazione empatica con lo psicoterapeuta, che, come un genitore accudente, sia capace di far sentire a persone come R. quell’amore, e quel sentirsi amati, di cui chiunque, bambino o adulto, ha bisogno.
