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Le neurodivergenze, Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), di Diego Vian

Continua l’analisi su le neurodivergenze, Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), di Diego Vian, psicologo e psicoterapeuta.

ADHD

Uno dei disturbi del neurosviluppo è quello che si definisce più comunemente ADHD e che ormai è diffuso su larga scala, oltre ad avere una connotazione transculturale.

La diagnosi di questa neurodivergenza prescinde dal contesto socioculturale che la registra, e dalle rilevazioni statistiche, sembra in continuo aumento.

Secondo le stime messe a disposizione dall’Ansa e basate su elaborazioni di dati ISTAT, in Italia più di un milione di persone, tra minori e adulti, potrebbe essere affetto da questa patologia.

In queste pagine l’attenzione sarà posta sull’ADHD dei minori, che si manifesta nei primi anni di vita e che richiede un intervento tempestivo per arginare ulteriori complicazioni sul piano psichico. Successivamente sarà dedicato uno spazio anche all’ADHD in età adulta.

I segnali

Uno dei primi segnali in grado di rilevare la presenza di ADHD viene espresso nel contesto della formazione primaria, quando il bambino non riesce a mantenere un’adeguata attenzione sulle attività proposte dalle insegnanti, e non rimane seduto al suo posto; si alza in continuazione, arreca disturbo ai compagni, spesso manifesta impulsività.

Diagnosi

La diagnosi può essere stabilita in base a quanto indicato dal DSM 5 e prevede i seguenti sintomi (relativi all’attenzione) persistiti per almeno 6 mesi con impatto negativo diretto sulle attività sociali e scolastiche:

  1.  Spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici.
  2. Ha spesso difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti o sulle attività di gioco.
  3.  Spesso non sembra ascoltare quando gli/le si parla direttamente.
  4. Spesso non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici.
  5. Ha spesso difficoltà a organizzarsi nei compiti e nelle attività.
  6. Spesso evita prova avversione o è riluttante a impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale protratto (ad esempio compiti scolastici o compiti per casa).
  7. Perde spesso gli oggetti necessari per i compiti o le attività.
  8. Spesso è facilmente distratto/a da stimoli esterni.
  9. È spesso sbadato/a nelle attività quotidiane. 

Sul piano dell’iperattività e impulsività:

  • Questo agita o batte mani e piedi o si dimena sulla sedia.
  • Spesso lascia il proprio posto in situazioni in cui dovrebbe rimanere seduto/a.
  • Spesso scorrazza e salta in situazioni in cui farlo risulta inappropriato.
  • È spesso incapace di giocare o svolgere attività ricreative tranquillamente.
  • È spesso “sotto pressione”, agendo come se fosse azionato/a da un motore (non riesce a stare fermo).
  • Spesso parla troppo.
  • Spesso “spara” una risposta prima che la domanda sia stata completata.
  • Ha spesso difficoltà nell’aspettare il proprio turno.
  • Spesso interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti.

Interventi

È ormai ampiamente documentato come bambini esposti a trascuratezza, abuso o disfunzioni familiari presentino un rischio più elevato di sviluppare disturbi del neurosviluppo, compreso l’ADHD. Anche per questa ragione l’intervento terapeutico nei confronti di queste persone non dovrebbe escludere la famiglia e le eventuali situazioni disfunzionali capaci di arrecare disagio al bambino.

Il modello psicoterapeutico che maggiormente trova impiego nel percorso curativo è il Cognitivo-Comportamentale, che conduce la persona in un percorso mirato ad apprendere gradualmente nuovi stimoli cognitivi e comportamentali, nonché nuove competenze organizzative e relazionali, quali l’organizzazione del tempo e la riduzione dell’impulsività.

L’approccio psicoterapeutico, tuttavia, non esclude la psicoeducazione, che aiuta la persona ad acquisire nozioni precise sulla natura dell’ADHD, e a gestire vergogna e senso di inadeguatezza, consapevole che ciò che il disturbo manifesta, non è cattiveria o mancanza di volontà.

Un intervento di tipo psichiatrico, inoltre, prevede la somministrazione di una terapia farmacologica che agisce principalmente sui sistemi della dopamina e della noradrenalina contribuendo a migliorare attenzione, autocontrollo e capacità di pianificazione. La premessa fondamentale, in questo caso, è il non ritenere il farmaco l’unica via possibile nella cura del disturbo dell’attenzione e dell’iperattività. Non sarà la presenza di un unico professionista a farsi carico del problema, bensì la sinergia di più figure professionali, che guideranno una sorta di task force con l’unico obiettivo di essere d’aiuto al paziente e alla sua famiglia.

Le cause dell’ADHD possono essere molteplici e la base genetica non dev’essere esclusa; la storia di G. può essere una importante testimonianza a conferma di come i geni giochino un ruolo importante nell’ADHD.

Il caso

G. è un uomo di 52 anni, al cui figlio A, dopo le indagini necessarie, è stata diagnostica la patologia disattenzione e iperattività.

Nel partecipare con la moglie ed il figlio alle sedute di psicoterapia, G. evidenzia come anche egli stesso avesse manifestato i sintomi dell’ADHD in età scolare, e come gli stessi siano stati derubricati dagli insegnanti insegnanti come uno stile comportamentale indisciplinato e di scarse abilità cognitive (Quante volte mi sono sentito dire, “Sei un maleducato, buono a nulla”, e a ricevere una nota sul registro di classe).

Questo dovrebbe far riflettere sul come la non conoscenza degli aspetti psicologici possa diventare una base disfunzionale, che nel vissuto della persona rischia di creare solo emarginazione.

I bambini hanno bisogno di tanto amore. Quelli con ADHD ancora di più.

 

Bibliografia:
DSM 5, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Raffaello Cortina Ed. Milano, 2014
Arcangeli D. Bambini con ADHD. Guida pratica per i genitori, Red Edizioni, 2022 Cornaredo (MI).
Herbert A. ADHD spiegato ai bambini, Red Edizioni, Cornaredo (MI), 2023