Dalla nascita a Polistena al mito di Vibo Valentia: il viaggio totale di Giovan Battista Marzano, il visionario che ha salvato la nostra memoria dall’oblio.
Ci sono vite che non si lasciano recintare dentro un solo mestiere, una sola etichetta, un solo destino. Vite poliedriche, enormi, che partono da un battito di ciglia a metà Ottocento e arrivano intatte fino ai giorni nostri, parlandoci ancora con una forza spaventosa. Quella di Giovan Battista Marzano è, per distacco, una di queste storie. Una parabola umana, culturale e civile che merita di essere raccontata dall’inizio.
L’infanzia, le radici e la folgorazione della poesia
Tutto comincia il 9 marzo 1842 a Polistena. Marzano viene alla luce protetto dalle mura di una famiglia della nobiltà locale che, fin dal Seicento, vanta una sfilza sterminata di giuristi, letterati ed eruditi. Gente colta, abituata a studiare e a pensare.
C’è il nonno, Giovan Battista senior, capofila dei Demanisti che si batteva per la liberazione dell’Universitas di Monteleone; e c’è il padre Giuseppe. Insomma, il destino del piccolo Giovan Battista sembra già scritto sui faldoni di un tribunale.
Eppure, dentro questo bambino cresciuto tra i classici, batte un cuore diverso.
Frequenta il Regio Liceo Filangieri per la maturità classica, poi vola a Napoli dove si laurea in Giurisprudenza nel 1866. Ma mentre studia i codici e le leggi della nazione appena unificata, Marzano si lascia baciare da un’altra passione: la poesia.
Ha appena quindici anni quando la Musa elegiaca lo folgora. Quello che per molti colleghi di tribunale è solo un passatempo borghese, per lui è una faccenda seria. Rientrato a Monteleone, coltiverà questa vena poetica con devozione assoluta per oltre trent’anni.
Il frutto di questo amore segreto, i Carminum specimina quaedam (una silloge di elegie e liriche d’occasione per ricordare amici e parenti), vedrà la luce solo nel 1900, strappando applausi e lodi sbalordite persino a due mostri sacri della letteratura italiana come Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli. Uno che incassa i complimenti di Pascoli e Carducci, a fine Ottocento, non è un dilettante: è un fuoriclasse.
Monteleone e Laureana: il doppio binario della maturità di Giovan Battista Marzano
Ma la vera grandezza di Marzano esplode quando decide di far convergere la sua cultura giuridica verso l’universo delle discipline umanistiche.
Diventa uno storico locale, un genealogista, un esperto di araldica. Soprattutto, la sua vita si sdoppia felicemente su un doppio binario geografico ed esistenziale.
Da una parte c’è Monteleone – l’odierna Vibo Valentia –, la città della nascita, dell’impegno politico e amministrativo, il luogo del negotium dove si spende per la comunità fino a ricoprire la carica di pro-Sindaco.
Dall’altra c’è Laureana di Borrello, dove nel 1871 sposa la baronessina Nicolina Gallucci Protopapa.
Qui, a Laureana, avviene la magia. Invece di chiudersi nel palazzo nobiliare a godersi l’otium della campagna, Marzano spalanca gli occhi sul popolo della Piana rosarnese. Diventa un demo-psicologo ante litteram. Guarda i contadini con un occhio attento, curioso ma profondamente benigno, svelando un attaccamento sincero e grato ai luoghi della pace agreste.
«Ai cittadini / di Laureana di Borrello / perché della mia dimora / in mezzo ad essi / resti memoria».
È la dedica commovente che scrive in una sua opera pubblicata postuma nel 1903. Una dichiarazione d’amore eterna, il desiderio romantico di un uomo che non vuole essere dimenticato nel tritacarne del tempo reale.
La rivoluzione demologica e l’amore per l’archeologia
Siamo nel tardo Ottocento e il mondo sta cambiando alla velocità della luce. C’è il Positivismo, avanza il capitalismo selvaggio. Marzano, con un’intuizione di una modernità sconvolgente, capisce una cosa che gli altri non vedono: la trasformazione della classe contadina in operaia rischia di azzerare i valori, gli usi, i costumi e le tradizioni orali da cui tutti discendiamo. Capisce che se la memoria scritta non raccoglie quel patrimonio di canti, proverbi e dialetti, il progresso cancellerà l’anima del popolo.
Così, indossa il camice dello scienziato e, senza pregiudizi snob, registra e pubblica i dati dopo un severo vaglio critico. Diventa uno dei più grandi studiosi di demologia in Italia.
La sua opera monumentale? Il Dizionario Etimologico del Dialetto Calabrese, pubblicato sulla rivista La Calabria che, postuma, nel 1928, viene pubblicata interamente con la prefazione di un gigante come Raffaele Corso. Un’opera che ancora oggi è una pietra miliare della nostra cultura linguistica.
E non finisce qui. Sulla scia del Conte Vito Capialbi, si lancia corpo e anima nell’archeologia.
Viene nominato Ispettore agli Scavi e alle Antichità, firmando relazioni puntuali per il Ministero, impreziosite da disegni formidabili realizzati di suo pugno.
Ovviamente, la strada di un visionario non è mai in discesa. Marzano deve digerire bocconi amari: il suo splendido progetto fattuale per aprire il primo Museo Comunale all’interno del Convitto Filangieri viene affossato da una mentalità cittadina ancora troppo conservatrice e retriva. Subisce le critiche feroci dei soloni locali quando propone di trasformare l’Accademia Florimontana in una Società di Storia Patria, accusato insieme al collega Bruzzano di occuparsi “esclusivamente” di cultura popolare. E sperimenta persino gli strali della storiografia partenopea allineata quando, con lo stile passionale di un Sallustio, denuncia l’antico infeudamento subito da Monteleone a opera dei Duchi Pignatelli.
Ma sono solo incidenti di percorso di una vita spesa a testa alta.
Dai giorni nostri all’eternità
Il 19 gennaio 1902, mentre è ancora in carica come pro-Sindaco di Monteleone, Giovan Battista Marzano chiude gli occhi per sempre.
Ma la sua storia, in realtà, ricomincia proprio in quel momento. Lascia ai giovani ricercatori della Calabria, a partire dal nipote Raffaele Lombardi Satriani, un’eredità solida: un mare di pubblicazioni scientifiche e, soprattutto, il “fattore umano”. Quel modo tutto suo di indagare l’uomo dall’interno per risalire alla ragione profonda di una consuetudine, di un uso o di una credenza. Proprio come facevano i grandi dell’antichità classica.
Oggi che Vibo Valentia riaccende i riflettori su di lui, l’opera di Marzano non è un pezzo da museo impolverato, ma una bussola viva per i giorni nostri. Ci insegna che non esiste progresso senza memoria, e che la cultura ha senso solo se si mette al servizio dell’essere umano.
La sua intera esistenza si riassume meravigliosamente nella frase di Terenzio che amava di più: Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Sono un uomo, e nulla di ciò che è umano lo ritengo estraneo a me. Un’eredità che oggi, finalmente, torna a splendere sotto le luci della sua Vibo Valentia.
