Il nostro psicologo e psicoterapeuta Diego Vian ci lascia un ulteriore articolo per comprendere il suicidio attraverso un approccio clinico
Uno dei temi più controversi con i quali gli specialisti dei disturbi mentali si devono confrontare è quello del suicidio e del rischio suicidario.
L’atto di togliersi la vita è ancora un abominio sul piano sociale, un gesto che non trova nessuna giustificazione, e che nel corso della storia anche le religioni hanno spesso condannato.
Il suicidio, un approccio clinico: il caso
V. viveva da solo, 32 anni, laureato in economia a piani voti, con l’arrivo della pandemia di Covid19, scivolò in una profonda depressione, temendo che da quella situazione non ne sarebbe mai uscito, e che presto o tardi, sia lui che i suoi familiari sarebbero morti a causa del coronavirus.
Il ricorso a cure psichiatriche, farmacologiche e psicoterapeutiche non bastò a salvarlo dal baratro, che lo condannò ad un gesto estremo un sabato pomeriggio, nel suo appartamento, quando i genitori lo trovarono impiccato con al collo una cintura di cuoio. Vani furono i tentativi dei sanitari di rianimarlo.
La storia di V. permette di delineare le varie dinamiche che contraddistinguono il suicidio, ovvero la coesistenza di uno scarso senso di appartenenza e della percezione di essere un peso per gli altri conducono la persona ad un profondo senso di sofferenza. A queste componenti si aggiunge la capacità acquisita di cimentarsi con il rischio di suicidio.
Si tratta di una condizione nella quale il timore della morte e la desensibilizzazione nei confronti di stimoli dolorosi consentono di superare l’istinto di sopravvivenza.
Le persone come V. possono giungere all’acquisizione di questa capacità attraverso traumi infantili, esperienze dolorose, partecipazione a eventi traumatici o comportamenti autolesionistici. Per tutte queste ragioni, se una persona ha maturato il desiderio di morire suicidandosi e ha acquisito la capacità suicidaria, il suicidio diventa un evento probabile.
Multifattorialità
Questa premessa ci consente di introdurre il concetto di multifattorialità legata al suicidio e che si declina in diversi approcci:
Approccio biologico
L’approccio biologico si concentra sulle modificazioni biologiche rilevate in soggetti a rischio di suicidio o morti per suicidio.
Alcuni studi identificano tra le cause la carenza di un metabolita della serotonina (l’acido 5-idrossindolacetico) nel liquido cefalorachidiano; altri ancora prendono in considerazione disfunzioni neurotrasmettitoriali, nonché alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e alterazioni delle citochine afferenti all’ambito della neuroinfiammazione.
Più recentemente, l’epigenetica ha messo in rilievo l’influenza dell’ambiente sull’espressione del genoma. Gli studi dimostrano che eventi avversi infantili, per esempio gli abusi fisici e sessuali, possono innescare particolari reazioni e alterazioni del percorso di trascrizione genetica.
Approccio psicologico
L’approccio psicologico parte dal presupposto che il dolore mentale sia alla base del fenomeno suicidario.
Secondo questa teoria, le persone colpite da sofferenza affrontano un dialogo interiore mediante il quale passano in rassegna le opzioni possibili per alleviare il dolore. Spesso i soggetti si trovano in questo stato per un lungo periodo di tempo; pertanto, questo dialogo, a causa del livello di sofferenza, presenta elementi deficitari in termini di capacità cognitive e si manifesta con una logica tipica della crisi suicidaria.
La visione tunnel si genera quando le persone non riescono ad uscire dallo stato di sofferenza e pensano che l’unica soluzione sia porre fine alla propria vita.
Approccio medico-psichiatrico
L’approccio medico-psichiatrico ti concentra sul fatto che il suicidio è perlopiù secondari a un disturbo psichiatrico o a una patologia medica ed è una conseguenza diretta dello Stato di malattia.
Questa la premessa per assumere il suicidio in una dimensione sintomatologica, per quanto le statistiche rivelano che la maggior parte dei pazienti psichiatrici non muore suicida.
Tecniche terapeutiche
Quanto testé affermato introduce le tecniche che il terapeuta utilizza per far emergere gradualmente la tematica suicidaria:
La prima è la normalizzazione, che pone l’accento sul fatto che il dolore provato dalla persona in crisi, e dunque il suo approccio al suicidio, può caratterizzare le persone in crisi (nel senso che le persone in questa condizione pensano di voler morire).
Il paziente si rende conto che il comportamento suicidario sotto l’osservazione del clinico è comune ad altri; dunque, puoi esplorare facilmente con il clinico la propria condizione.
Un’altra tecnica si basa sull’attenuazione della vergogna: il clinico chiede al paziente alle prese con un dolore tanto intenso se sia mai emerso il desiderio di morire. Nella domanda è sottintesa l’idea che non ci sia da vergognarsi di questi pensieri, perché possono essere caratteristici di una situazione di disagio.
Ora ci si può chiedere, il suicidio è prevedibile?
A causa della complessità del suicidio predire l’atto è assai improbabile, se non impossibile,
È più semplice raccogliere informazioni, approfondire situazioni, che, se chiarite, possono essere dirimenti.
Questo permette di introdurre Il concetto di prevedibilità, che nel caso del suicidio fa riferimento all’anticipazione ragionevole del rischio (diremo il presumere intuire o ipotizzare formulando un giudizio tutt’altro che certo). Il concetto di prevedibilità non collima con quello di predire, poiché quest’ultimo fa riferimento ad un atto profetico, che il clinico non è tenuto a compiere. In altre parole, il giudizio del clinico è questione di probabilità ma non di certezze. E questo trova riscontro nella difficoltà di prevedere un atto suicidario, che si connota anche per il tratto della rarità.
Tutto quello che è stato scritto finora può essere sintetizzato con la definizione di suicidio come ultimo tentativo di smettere di soffrire, poiché il senso di intrappolamento in cui le persone si ritrovano, non concede ulteriori speranze né soluzioni. E per quanto evento raro, nell’ultimo periodo si registra un aumento dei suicidi anche tra i giovanissimi. Per questo ci si dovrebbe interrogare sul ruolo dei cellulari e dei social-media. L’argomento, tuttavia, richiederebbe una lunga disquisizione.
Sul fronte interpretativo, molti ritengono il suicidio una scelta, altri l’esito di una fragilità psichica. Non credo che una cosa escluda l’altra. Molto più importante è accogliere il dolore delle persone e guidarle in un percorso che permetta loro di riconquistare il desiderio di vivere.
