Come i diversi disturbi d’ansia incontrati finora, anche per le fobie specifiche la protagonista è la paura, una delle emozioni primarie che guidano e governano i comportamenti umani nella routine giornaliera e nelle diverse dimensioni psicosociali che la caratterizzano.
Il caso
T. è un uomo di trent’anni, che sin dalla giovane età avverte una forte paura ed avversione per i topi; non solo i ratti più comuni che abitano all’interno di fogne o edifici abbandonati.
Anche il più comune criceto, che corre sulla ruota all’interno di una gabbia, rappresenta per T. un potenziale pericolo, nonché lo stimolo per un profondo disgusto ed un sentito disagio.
Il Manuale Statistico e Diagnostico (DSM 5), stabilisce i criteri che definire un disturbo da fobia specifica:
1) Una reazione di paura collegata a uno stimolo che,
2) Produce tensione fino al punto da causare disturbi emotivi, sociali o lavorativi,
3) Riconosciuto come eccessivo o irrazionale e che
4) Porta a comportamenti di evitamento o ad ansia intensa in caso di esposizione allo stimolo temuto.
Gli studi eseguiti sino ad oggi, sembra che le fobie specifiche vengano facilmente identificate, ma che sia difficile definire esattamente il grado di menomazione oltre il quale le paure diventano fobie. Uno dei punti di forza del sistema DSM è l’esplicito incoraggiamento a suddividere in quattro categorie secondarie le fobie specifiche, ovvero:
- Animali;
- Ambiente naturale (ad es., altezze, temporali, acqua);
- Sangue, iniezioni e ferite;
- Situazioni (ad es., aerei, ascensori, luoghi chiusi)
Cosa genera una fobia specifica?
Le ricerche hanno messo in evidenza che molte fobie specifiche si manifestano nell’infanzia e nella prima adolescenza, e che se non trattate possono avere un decorso cronico. Generalmente, il grado di deterioramento dello stile di vita del fobico dipende dalla facilità con cui può evitare la situazione fobica. Tuttavia, la proporzione di fobie infantili è molto più grande di quella rilevata tra la popolazione adulta.
T. in effetti riferisce di nutrire un ricordo traumatico legato ad un episodio che da bambino ha vissuto in casa con sua madre svenuta a terra ed un topo di grandi dimensioni sulla sua mano destra, che molto probabilmente fu la causa dello svenimento della madre; “pensavo che mia mamma fosse morta a causa di quel topo.”
Con la crescita, molte fobie dei bambini tendono a regredire senza un trattamento professionale. Nel caso di T. si è rende necessario un trattamento psicoterapeutico e farmacologico mirato ad attenuare il comportamento di evitamento dovuto alla paura.
Trattamento comportamentale e cognitivo
Sotto il profilo psicoterapeutico il trattamento può essere comportamentale e cognitivo.
Il trattamento comportamentale suggerisce l’estinzione o l’esposizione allo stimolo che suscita paura in assenza delle conseguenze temute. E’ stato ampiamente dimostrato che l’esposizione è un trattamento rapido ed efficace delle fobie specifiche, a condizione che essa sia ripetuta il più frequentemente possibile. La letteratura di ricerca suggerisce inoltre che gli esercizi di esposizione debbano essere specificati in modo chiaro e durante un tempo sufficiente perché l’ansia decresca in modo sostanziale.
L’esposizione in vivo è probabilmente più efficace di quella immaginativa, ma entrambe possono ridurre le preoccupazioni di tipo fobico. E’ inoltre preferibile usare esercizi di esposizione organizzati in una gerarchia di difficoltà crescente; ogni prova deve essere affrontata quando rappresenta una sfida non esagerata rispetto alle reali possibilità. Nel caso di T. l’esposizione in vivo ha richiesto parecchio tempo per poter essere eseguita.
Quanto alle tecniche cognitive, recentemente, con l’introduzione di spiegazioni cognitive nella psicologia clinica, le terapie cognitive sono state considerate trattamenti efficaci per le fobie, da sole o combinate con strategie basate sull’esposizione. In altre parole, le terapie cognitive hanno lo scopo di modificare qualunque convinzione che porti alla percezione di possibili eventualità capaci di aumentare l’ansia.
Per T. inoltre è stato necessario fare ricorso anche ad un trattamento farmacologico, per quanto nessun farmaco psicotropo (ovvero che agisce sul sistema nervoso centrale, alterando l’umore, la percezione, la coscienza o il comportamento), possa essere suggerito per il trattamento delle fobie specifiche. Vi sono diversi studi che riportano alcuni effetti benefici delle benzodiazepine (il più comune Xanax), ma non esistono prove decisive di una riduzione a lungo termine dei sintomi dopo il trattamento.
Al di là della terapia farmacologica e dell’effetto terapeutico che ne può derivare, il percorso di guarigione, come nel caso di T., non dovrebbe escludere gli esercizi di rilassamento, in grado di favorire il rilassamento dei muscoli, e il ricorso alle tecniche di respirazione; esercizi di yoga possono essere ottimi alleati per affrontare la problematica. Tuttavia, per rilassarsi è necessario imparare a riconoscere la tensione e quindi a rilassare il corpo in generale ed alcuni muscoli in particolare. Tutto questo chiama in causa la variabile tempo, che non si può ridurre a qualche giorno. Statisticamente servono due mesi per conseguire dei risultati degni di nota.
