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Il disturbo di panico di Diego Vian

 Il disturbo di panico sembra essere tra i disturbi più diffusi nel nostro paese, ma anche a livello mondiale. In altre parole, il panico è una sindrome transculturale che colpisce sia uomini che donne (le donne, tuttavia, in percentuale maggiore) dei diversi ceti sociali.

Anche in questo caso il, DSM dà delle indicazioni precise su come distinguere e diagnosticare tale psicopatologia, e definisce il disturbo di panico come la comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiunge il picco in pochi minuti, periodo durante il quale si verificano quattro o più dei seguenti sintomi:

  • palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia;
  • sudorazione;
  • tremori fino a grandi scosse;
  • dispnea o sensazioni di soffocamento;
  • sensazione di asfissia;
  • dolore o fastidio al petto;
  • nausea o dolori addominali;
  • sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento;
  • brividi o vampate di calore;
  • parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi);
  • paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • paura di morire.

 Cosa genera il disturbo di panico?

Inizialmente le ricerche erano orientate verso una specifica predisposizione biologica agli attacchi di panico, nella speranza di rilevare quattro tipi di evidenza: risposta a specifici trattamenti farmacologici, specificità a test biologici di provocazione degli attacchi di panico, spontaneità degli attacchi di panico e predisposizione genetica unica. Tuttavia, valutazioni rigorose hanno fatto prevalere l’ipotesi relativa all’esistenza di una generica vulnerabilità ai disturbi nevrotici (ansia e depressione).

 

Cosa fare?

Uno degli strumenti di cui ci si può avvalere è il controllo della respirazione.

Le persone con attacchi di panico hanno bisogno di essere educate al controllo dell’iperventilazione (respirazione rapida e spesso affannosa), che a lungo termine si rivelerà utile per gestire i sintomi a lungo termine. La respirazione, quindi, riveste un ruolo importante nel percorso di trattamento, e dev’essere supportata da un sostegno psicoterapeutico e spesso anche farmacologico.

Un’altra strategia da utilizzare è il rilassamento, che si può raggiungere con tecniche di mindfulness, capaci di ridurre la tensione muscolare e di favorire il ripristino dell’equilibrio psicofisico, in un percorso che richiede una pratica continua e spesso quotidiana per consolidare gradualmente un nuovo approccio comportamentale.

Non per ultima, la ristrutturazione cognitiva che interviene sulle cosiddette distorsioni cognitive, ovvero pensieri e credenze disfunzionali, che generano sofferenza.

Il caso

Un esempio clinico in grado di lumeggiare i contenuti teorici appena esposti è quello di N, donna di cinquant’anni, sposata, madre di due figli maggiorenni, impiegata presso il municipio del comune dove risiede, e figlia di due genitori che non le hanno fatto mancare nulla, ma che spesso si sono rivelati intransigenti e molto pretenziosi: a scuola doveva essere la più brava e al lavoro anche.

N. riconosce di essere una perfezionista (del perfezionismo parlerò più avanti), e di sentirsi in forte disagio quando non agisce, opera o si esprime secondo dei canoni che a suo dire la preservano da qualsiasi forma di valutazione o giudizio.

Quello di N. può essere definito un caso di disturbo da panico che non richiede ulteriori indagini per completarne la diagnosi. Quando si attiva, N. avverte tachicardia, sensazione di soffocamento, paura di morire e sensazioni di torpore, che in alcuni casi hanno richiesto l’invio al pronto-soccorso, dove i medici hanno sempre rilevato tale disturbo e la necessità di dare il via ad un percorso psicoterapeutico con il supporto di una cura farmacologica.

N. in effetti assume le benzodiazepine che le permettono di controllare le sintomatologie e di riposare durante la notte, per quanto lo scopo nel corso del tempo, sia quello di ridurre progressivamente e sempre sotto controllo medico l’assunzione di farmaci e di mettere in atto le risorse di cui N. dispone e che la possono sostenere nel processo di guarigione.

Dal punto di vista cognitivo ed emotivo, N. vive sempre nella convinzione di essere una persona poco capace; un pensiero ossessivo che si risveglia in diversi momenti della giornata, in situazioni apparentemente routinarie, come la stesura di un’e-mail, dove l’errore ortografico generato dalla fretta di terminare il lavoro, viene visto da N. come la conseguenza della sua imperizia e della sua scarsa abilità, non solo a digitare sulla tastiera del computer, ma anche per qualsiasi altra attività, che l’accompagna durante la giornata sia lavorativa che familiare.

In altre parole, N. vive nella continua convinzione, appresa durante la sua infanzia, di essere priva delle capacità di essere una brava lavoratrice e di non valere se non fa le cose perfettamente; di non meritare la considerazione di nessuno, se non rispetta alcuni criteri sociali che la vedono sempre disponibile con gli altri, di assecondare le richieste di ognuno, soffocando il suo bisogno di essere assertiva. È comprensibile come N. non riesca sempre ad avere un rapporto costruttivo con i genitori.

 

BIBLIOGRAFIA
Sanavio E. Manuale di psicopatologia e psicodiagnostica
Il Mulino, Bologna, 2016,
Trattamento dei disturbi d’ansia, Guide per il clinico e Manuali per chi soffre del disturbo, a cure di G. Andrews, M. Creamer, R. Crino, C. Hunt. L. Lampe, A. Page.
W. Adrians, Trattamento dei disturbi d’ansia, McGraw-Hill Educator, Milano, 1999