Il modello ACT, Acceptance, Commitment, Therapy, è un modello terapeutico.
I Modelli terapeutici, come ho avuto modo di sottolineare le volte precedenti, sono molti, hanno orientamenti e strutture operative diverse, partono da diverse concettualizzazioni.
Tra queste ricordo rapidamente il modello psicoanalitico di Freud, il modello degli archetipi junghiani, oltre alla Gestalt, al modello cognitivo-comportamentale e a quello analitico transazionale.
Le righe che seguiranno saranno dedicate ad un modello, forse meno conosciuto e che non gode di ampia adesione, come il cognitivo-comportamentale. Tuttavia, la struttura operativa che lo governa, può essere utile sia per chi richiede, che per chi eroga un intervento psicoterapeutico.
Cosa è il modello ACT
Ideato da Steve C. Hayes, psicologo e docente emerito dell’Università del Nevada, L’ACT è concepito come terapia comportamentale, ovvero considera di primaria importanza l’azione compiuta dal paziente nel farsi carico della sua esistenza e della sua felicità.
Da questa premessa, l’ACT cerca di intercettare i desideri più profondi del cuore umano, rispetto a ciò che ognuno di noi desidera essere e a cosa vogliamo fare durante il nostro percorso esistenziale.
In altre parole, l’ACT guida l’essere umano ad accettare ciò che non può essere controllato e ad impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. Lo scopo in sostanza è quello di creare una vita ricca e significativa, mentre accettiamo il dolore che la vita inevitabilmente porta con sé.
L’ACT sostanzialmente educa all’apprendimento di abilità psicologiche mirate ad occuparci dei pensieri e dei sentimenti dolorosi in modo efficace, in modo tale che abbiano un impatto e un’influenza molto minori. Tutto questo pertiene alle tecniche di mindfulness.
Inoltre, l’ACT aiuta a chiarire ciò che è veramente importante e significativo per noi, a chiarire cioè in nostri valori e utilizzare tali conoscenze per guidarci, ispirarci, e motivarci a stabilire obiettivi e a intraprendere azioni che arricchiscano la nostra vita.
La relazione con i sintomi
È importante sottolineare che tale modello non ha lo scopo di ridurre i sintomi, ma di cambiare il modo in cui ci si mette in relazione con i propri sintomi, ovvero sapere attribuire a questi ultimi un significato diverso.
E il significato porta con sé il ruolo del linguaggio umano che nell’ACT assume una particolare importanza perché, grazie al linguaggio, è possibile sperimentare il dolore istantaneamente.
È tramite il linguaggio che gli esseri umani possono rivivere un ricordo doloroso o perdersi in una previsione nefasta del futuro; possono rimanere impigliati in paragoni sfavorevoli (lui è più ricco di me), o in giudizi negativi su se stessi (non sono bello, sono grasso ecc.).
Questi i presupposti che permettono di identificare nell’ACT uno strumento capace di farci apprendere l’arte di vivere consapevolmente, un modo intenso e profondo per aumentare la resilienza psicologica e incrementare la soddisfazione della nostra vita.
I sei processi fondamentale
Elenco qui di seguito i sei processi terapeutici fondamentali:
- contatto con il momento presente (essere qui adesso), ovvero essere psicologicamente presenti, consapevoli di “essere in contatto con” e “partecipi di” tutto ciò che accade nell’hic et nunc; operazione spesso molto complessa per gli esseri umani;
- defusione (osservare il proprio pensare), ovvero imparare a fare un passo indietro e a separarci dai nostri stessi pensieri, immagini, ricordi; riuscire quindi a vedere i pensieri per quello che sono, ovvero né più né meno che parole o immagini;
- accettazione (aprirsi), significa aprirsi e fare spazio a sentimenti, sensazioni, impulsi ed emozioni dolorosi. Lo sforzo che le persone devono fare è di abbandonare la lotta con loro, dare loro qualche spazio di respiro e permettere di essere come sono. Invece di combatterli, resistere, scappare via, rimanere invischiati o sopraffatti, si rende necessario accoglierli, che non significa volerli o accettarli passivamente, bensì guardarli ed aprirsi alla loro realtà;
- sé come contesto (pura consapevolezza), ovvero l’aspetto di sé che è consapevole di qualsiasi cosa che stiamo pensando, sentendo, percependo o facendo in qualsiasi momento;
- valori (sapere quello che è importante), ovvero per cosa ci si vuole impegnare? Cosa conta davvero per ognuno di noi? In altre parole, i valori descrivono come vogliamo comportarci in modo dinamico, cosa vogliamo diventare;
- azione impegnata (fare quello che serve), ovvero agire in modo efficace, guidati dai nostri valori; dare spazio a tutte le azioni che permettono alle persone di vivere secondo i loro valori, anche se questo fa emergere dolore e disagio. A favore dell’azione impegnata sono utilizzabili i tradizionali interventi comportamentali, come la definizione degli obiettivi, l’attivazione comportamentale, l’impiego e la formazione delle risorse personali.
La flessibilità psicologica
I sei punti testé elencati non possono prescindere da una flessibilità psicologica, che l’ACT ha lo scopo di incrementare. Quanto maggiore è la capacità umana di essere pienamente consapevoli, aperti alla nostra esperienza e di agire sulla base dei nostri valori, maggiore sarà la qualità di vita, che permetterà di rispondere molto più efficacemente ai problemi e alle sfide della vita. Per questa ragione il modello Act può essere definito ottimistico e presuppone che anche nel pieno di un tremendo dolore e di una grande sofferenza, ci sia l’opportunità di trovare significato, scopo e vitalità.
L’obiettivo dunque non è solo ridurre la sofferenza umana, bensì anche aiutare le persone a rendere la crescita un risultato della loro sofferenza, a usare il dolore come trampolino per creare vite ricche e significative.
