Uno dei classici più diffusi e letti, nonché suggeriti dagli psicoterapeuti me compreso, è la Ferita dei non amati di Peter Schellenbaum.
Pubblicato la prima volta nel 1988, può essere ancora ritenuto uno strumento di cui disporre nella cassetta di quegli “attrezzi” capaci di aiutare il paziente a far luce nel ginepraio emotivo che lo spinge ad iniziare un percorso terapeutico.
Il volume può consentire di far luce sulle aree più oscure coinvolte nei momenti più complicati delle persone affette da disturbi psichici.
La ferita dei non amati
La ferita del non amato è la ferita dell’essere uomo¹.
Con queste poche parole, Schellenbaum dichiara una delle condizioni di chi vive la sua esistenza avvertendo il dolore della mancanza di amore appunto, che si declina in tante forme e dinamiche.
La ferita del non amato è molto spesso la ferita di chi non è stato adeguatamente accudito, spesso abbandonato, non ha ricevuto sufficienti attenzioni per strutturare una personalità equilibrata.
E in molte occasioni il non amato è stato oggetto di svalutazioni, violenze fisiche, spesso abusi sessuali.
Ferite e traumi
Il non amato:
- non si sente voluto, avverte in sé l’errore di essere nato, denuncia la colpa di occupare impunemente uno posto nello spazio vitale che lo accoglie e che sente di non meritare;
- cerca disperatamente amore da chiunque sembra potergli dare quell’afflato vitale capace di farlo sentire degno dell’umanità a cui appartiene, nonostante tutto;
- attende di essere considerato, e spende il suo tempo e le sue energie per urlare al mondo, e in primis ai suoi genitori, il bisogno di essere visto;
- costruisce attorno a sé un mondo ideale, in cui si può esprimere, anela un riscatto sociale, una posizione di potere, un ambito lavorativo prestigioso, immagina i riflettori della celebrità su di sé, di identifica nelle grandi star, che spesso cerca di emulare;
- immagina di salire sul podio dei vincitori, dove finalmente sarà visto e considerato.
“La mancanza di amore per se stessi, che coinvolge anche il corpo, e la severa rinuncia alla carne cui si sottopongono, li portano a una forma di amore per il prossimo che implica la rinuncia a se stessi.
Mirano troppo in alto, in quanto vogliono inconsciamente liberarsi dall’oppressione di un’esistenza priva di amore autentico per se stessi.
Ecco perché essi, alla fine, ripiombano nell’antica prigione dell’assenza di libertà, della tristezza e della repressione.”
Il difficile governo delle emozioni
Il non amato si serve del suo corpo per soffocare il dolore; un corpo che violenta affogando la rabbia nell’alcool, nel cibo, anestetizza il fuoco emotivo con sostanze stupefacenti, dipendenze comportamentali (ad. Esempio il gioco d’azzardo, sex addiction).
Come qualsiasi essere vivente, si spende in atti distruttivi, che tuttavia hanno l’obiettivo principale di proteggersi dal vortice di emozioni che non riesce a governare.
Ma non per questo è un debole.
La sua neocorteccia non è in grado di arginare la potenza e la prepotenza della più antica area limbica ( in primis l’amigdala), capace di sovrastare la capacità di concentrazione e di razionalizzazione, e si arroga il diritto, grazie alla dopamina, di condurre gli esseri umani alla ricerca di un piacere che la vita ha negato loro sin dalla più tenera età.
Se dovessi sintetizzare in poche parole, e forse un po’ banalmente, il non amato implora né più e né meno di ricevere l’a-more, di cui ogni essere umano ha bisogno per sopravvivere. A-mor(e)² inteso come non morte, ovvero vita.
E questo perché il non amato non avverte la vita dentro di sé, bensì il vuoto, il gelo, spesso la morte che lo porta in molte occasioni ad atti estremi pur di liberarsi del dolore che lo attanaglia.
L’opera come risorsa
E in questo l’opera di Schellenbaum può diventare una risorsa importante.
“Spesso, nel dolore del non essere amati, dimenticano che ciò dipende proprio dalla loro maggior vitalità, dal maggiore potenziale d’amore.”
In queste poche parole è racchiuso uno scrigno di saggezza assoluta, e di speranza che chiunque merita di cogliere e interiorizzare. Quel gelo, quel vuoto, quel senso di morte sono una delle ricchezze più grandi, di cui la mente umana dispone, e che può diventare una base di partenza da cui realizzare cose a dir poco meravigliose, perché il dolore, la ferita del non amato, si possono ergere ad energia creativa, costruttiva, generare bellezza, arte, innovazione.
Non credo di esagerare se affermo che grandi geni del nostro tempo e del passato, dalle loro ferite hanno saputo donare all’umanità esempi di rara e unica bellezza e grandezza:
“Non dobbiamo considerare patologica ogni forma di stanchezza nei confronti della vita. Tuttavia, finché le norme ci opprimono significa che l’energia sta lottando per la propria espressione vitale e che l’amore vuole abbattere una barriera, un ostacolo alla vita, dissolvere una norma limitante e opprimente, renderci aperti e leggeri.”
Il dolore
Il dolore del non amato va reso libero di esprimersi. Solo in questo modo può essere accolto, trovare una precisa ragion d’essere, una dignità. Vivere il dolore significa liberare l’energia che imprigiona i pensieri e i flussi emotivi. Non viverlo, il dolore, è la modalità disfunzionale per soffocarlo; trattenerlo nel profondo significa soffocare l’eruzione di un vulcano, che si nega l’opportunità di manifestare tutta la sua potenza, la sua forza dionisiaca:
“Il principio di energia si accorda con un profondo vasto senso della realtà. L’essere umano non si limita a cercare il piacere e a sfuggire il dolore, anche se spesso così può sembrare. L’essere umano cerca anche l’appagamento della propria natura attraverso l’aggressività, la tristezza e la sofferenza. Anche le emozioni negative sono vita ed espressione di forza vitale.”
Su questo si instaura uno dei passaggi più importanti della psicoterapia; il momento catartico in cui la persona prende la decisione di liberare la forza dionisiaca del suo profondo, le dà espressione, svincolandola dall’energia psichica che la pervade. E’ il primo passo per la guarigione, che non deve mai prescindere dalla relazione, poiché, come la ferita è nata nella relazione, solo la relazione la può curare.
“Gli essere umani sono frutto di relazioni.”
Bibliografia
Schellenbaum P. La ferita dei non amati, Red Edizioni, Monaco di Baviera, 1988
Miller A. Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, Torino, 2008
¹ Il concetto di uomo, in questo caso, fa riferimento all’espressione tedesca Mensch, che identifica l’uomo come essere umano e non semplicemente come maschio.
² A-mor(e) non risulta rispecchiare l’etimo della parola amore. In questo caso il prefisso a riconduce all’alfa privativo greco.
