Uno dei problemi ricorrenti che afferiscono ai disturbi d’ansia è proprio la fobia sociale, ovvero la paura di essere osservati, di essere giudicati o di essere al centro dell’attenzione. Ciò che si teme in realtà è il giudizio degli altri.
In genere, chi soffre di fobia sociale teme che gli altri possano trovargli dei difetti o che lo possano ritenere incompetente o strano. Ha questa paura quando parla con gli altri, quando fa qualcosa mentre gli altri lo guardano o anche semplicemente quando si trova in mezzo agli altri e anche quando vi è solo la possibilità di attirare l’attenzione degli altri.
La paura più grande è di essere giudicato male dagli altri se si dovessero accorgere che è ansioso (ad esempio arrossisce, suda, trema), oppure perché potrebbe dire o fare qualcosa di sbagliato o imbarazzante, apparire goffo, avere un attacco di panico; anche le caratteristiche del suo aspetto fisico potrebbero essere fonti di ansia.
Le situazioni più frequentemente temute sono: parlare in pubblico, andare ad una festa, scrivere o firmare davanti a qualcuno, fare la fila, usare il telefono in presenza di altre persone, mangiare o bere in pubblico, usare i bagni pubblici o mezzi di trasporto pubblici.
Alcune persone hanno più paura delle situazioni in cui viene richiesta loro una prestazione, altri delle occasioni di interazione sociale. In quest’ultimo caso, chi soffre di fobia sociale spesso teme di non avere niente o di dire qualcosa di sbagliato, di sembrare noioso o comunque di essere giudicato inadeguato.
In ogni caso, la persona che soffre di fobia sociale affronta le interazioni con gli altri con estremo disagio e ansia, oppure le evita.
Il caso
L. è una donna di trent’anni che quando si trova in compagnia di altre persone all’interno di locali, inizia ad avvertire tremori, agitazioni e mancanza di respiro.
Sostiene di avere su di sé tutti gli sguardi degli altri ed è convinta che tutti la possano schernire se dovesse parlare.
Questo la porta spesso ad isolarsi, a non interagire e a preferire il silenzio. In molte situazioni preferisce non uscire e rimanere a casa a guardare la televisione o a leggere un libro. Ricorda anche che a scuola durante le interrogazioni, in alcune situazioni sentiva un blocco interiore che con fatica riusciva a superare.
Criteri diagnostici
Di seguito i criteri diagnostici stabiliti dal DSM 5:
- paura o ansie marcate relative a una o più situazioni sociali, nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri;
- l’individuo teme che agirà in modo tale o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente;
- le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura o ansia;
- le situazioni sociali temute sono evitate oppure sopportate con paura o ansia intense;
- la paura o l’ansia sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e al contesto socioculturale;
- la paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più;
- la paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti;
- la paura, l’ansia o l’evitamento non sono attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza (droga, farmaci) o a un’altra condizione medica;
- la paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati dai sintomi di un altro disturbo mentale, come disturbo di panico, disturbo di dismorfismo corporeo o disturbo dello spettro dell’autismo;
- se presente un’altra condizione medica (es. malattia di Parkinson, obesità ecc.), la paura, l’ansia o l’evitamento sono chiaramente non correlati oppure eccessivi.
Timidezza e fobia sociale
E’ opportuno fare una distinzione tra timidezza e fobia sociale. La prima è una forma lieve di fobia sociale e consiste essenzialmente nell’essere troppo coscienti di se stessi. Può essere presente in alcuni periodi dell’infanzia ed è comune nell’adolescenza.
Nella maggioranza dei casi la timidezza diminuisce con il tempo, ma vi sono alcune situazioni sociali che continuano a causare un certo grado di ansia (es. parlare in pubblico). Tuttavia, l’ansia non è opprimente, sparisce durante o subito dopo la fine della situazione e non porta ed evitarla.
Diversamente da una persona timida, L. che soffre di ansia sociale, si preoccupa molto tempo prima di doversi esporre, e se la situazione persiste più a lungo del dovuto, il suo stato di disagio si appesantisce, a tal punto che un’eventuale situazione successiva, potrebbe indurla ad essere ancora più in apprensione.
Dal punto di vista terapeutico, il disturbo di ansia sociale può essere curato con un intervento di natura cognitivo-comportamentale, che prevede la ristrutturazione dei pensieri disfunzionali, l’aumento delle interazioni sociali, il controllo dell’ansia e del panico. Un ulteriore strumento a disposizione del paziente con fobia sociale è l’esposizione graduale, ovvero un’azione progressiva che porta ad affrontare le proprie paure. Abitualmente, si comincia con la situazione che causa il minor livello di ansia e quindi si affrontano situazioni sempre più difficili, a mano a mano che si acquista fiducia in se stessi. Ovviamente è necessario esporsi più volte. Per ridurre l’ansia son o necessarie molte ripetizioni dell’esperienza, accompagnate ogni volta dall’applicazione del pensiero funzionale. L’ansia si manifesta gradualmente sempre più tardi e si riduce di intensità a ogni successiva esposizione, secondo un meccanismo definito desensibilizzazione. In altre parole, quanto più frequentemente ci si confronta con una situazione, tanto più rapidamente diminuirà il livello di ansia relativo.
Fondamentale, anche nel caso di L. è rimanere nella situazione fino a che l’ansia diminuisce. Fuggire significherebbe rimandare l’intervento risolutivo.
Anche per la fobia sociale in fine, come per gli altri disturbi d’ansia, è sempre utile inserire la respirazione e la meditazione come risorse importanti da utilizzare.
