Un bicchiere di sole di Giuseppe Falcomatà

Quella mattina decisi di allungare il tragitto, imboccando la strada che dal Lungomare conduce alla Stazione Centrale e da lì a casa. Alcuni operai ritinteggiavano le ringhiere e i pilastri della meravigliosa lingua panoramica. Sulle prime non vi diedi peso. Poi rallentai, fino a fermarmi e vedere con quanta attenzione e cura dei particolari quell’operaio stesse svolgendo il suo lavoro, mi parve un messaggio chiaro e inequivocabile: restituire alla bellezza qualcosa che ci appartiene, significa restituirlo a ciascuno di noi. Riappropriarsi di ciò che è nostro per non abituarsi a vederlo morire lentamente. Ripresi a pedalare e quell’immagine mi suggerì un altro pensiero: l’operaio non stava semplicemente svolgendo il suo dovere, non si stava soltanto guadagnando da vivere, quell’operaio partecipava a qualcosa di più grande, dipingeva il particolare di un affresco, recitava un ruolo in un kolossal, contribuiva a migliorare il posto in cui abitava. Forse non lo immaginava neppure, ma era uno degli ingranaggi necessari a far funzionare la macchina.